9 marzo. Consultorio di Via di Pietralata/ASL RM B (parte I)

Marta Bonafoni

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Quando arrivo al consultorio di via di Pietralata sono quasi le 10 del mattino.
L’edificio non è un granché, un giallino un po’ scrostato e un edificio che ha tutta l’aria di aver bisogno di un po’ di manutenzione. Questo fuori però.

Dentro il colpo d’occhio è tutt’altro: tanto azzurro, arancione, pareti colorate e mobili a misura di bambino, giocattoli e poster che rimandano alle attività della struttura.

Ma soprattutto, un sacco di gente: mamme, nonni, bambini in attesa di essere vaccinati, mariti ansiosi di vedere uscire le loro compagne con la pancia dalla sala visite. Detto per inciso, uomini e donne di tutti i colori: siamo in una delle periferie infatti dov’è la Roma multietnica è già realtà da parecchi anni.

In una parola: una folla in attesa di risposte ai propri bisogni, risposte che a fornirgli e’ proprio il consultorio. Centrale. Nonostante i suoi mille problemi e le sue centinaia di carenze, che di lì a poco mi verranno illustrati dalla dottoressa Patrizia Auriemma e da una ricca rappresentanza delle responsabili del servizio. Alla presenza anche dell’Assessora alle politiche sociali del IV Municipio Maria Muto e della Presidente della commissione politiche sociali del IV Municipio Lidia Stella.

Ma non da quei problemi comincia la nostra lunga conversazione, intorno al tavolo tondo delle riunioni. Comincia invece da un bellissimo successo: il 19 marzo infatti proprio il servizio consultori della ASL Roma B sarà premiato dall’Unicef con il prestigioso riconoscimento di “Comunità amica del bambino”. Un percorso durato anni, curato nei minimi particolari, che – in particolare – ha registrato un’eccellenza al capitolo incentivazione dell’allattamento materno, con il coinvolgimento diretto delle mamme come peer counseler.

“Ci hanno analizzato fino al più piccolo dettaglio, ma ce l’abbiamo fatta!”, commenta con l’aria giustamente soddisfatta la dottoressa Elisabetta Giorgi, coordinatrice delle ostetriche della ASL.

A occhio, penso mentre mi parlano della premiazione, già questo basterebbe a mettere a tacere le invettive di chi in questi anni ha voluto descrivere i consultori come degli “abortifici”.

Questo e le molte altre cose che seguono.

Come il fatto che tutti i consultori sono in rete, una rete informatizzata, all’interno della ASL.

Come il numero SOS MAMMA, attivo dal lunedì alla domenica dalle 8 alle 20 e funzionante da cinque anni. Venticinquemila euro di spesa annua a fronte di un servizio che decongestiona le strutture e soprattutto affianca le mamme prima e dopo il parto, specie in quelle settimane in cui in agguato c’è la cosiddetta depressione post parto, che in un quadrante della città particolare come quello dei municipi della ASL Roma B arriva a percentuali del 14% (a fronte dell’8% che si registra in nord Italia).

A guardare le cifre i consultori di questa ASL sono una specie di grande e diffuso reparto maternità. Dei 7000 nati nel 2014, 1700 sono state le gravidanze “trattate” dal servizio; 35000 accessi l’anno per le prime vaccinazioni dei nuovi nati.

Cifre accanto a progetti sperimentali e innovativi che poggiano sui consultori della B, che la Auriemma e le altre continuano a raccontarmi con la passione di chi ci crede, e lo sfinimento di chi per l’ennesima volta si trova nella condizione di dover difendere il proprio lavoro.

Il campo rom di via Salone, per dire.
Cornice di uno screening a tappeto che ha visto le donne del campo diventare protagoniste consapevoli della propria salute. Le dottoresse sono andate nell’insediamento, hanno raccontato loro di cosa si trattasse, e le donne sono andate al consultorio per fare le visite e gli esami. “Il nostro obiettivo, mi scandisce la dottoressa Auriemma, è quello di fare accedere anche rom e immigrati ai servizi, come tutti gli altri cittadini”. Parole che almeno alle mie orecchie suonano come miele, di una vera e concreta inclusione dentro una società dove tutti trovino cittadinanza.

Esperimento replicato con le donne musulmane del quartiere di Centocelle.
L’imam ha diffuso la notizia, in 130 si sono presentate per lo screening.
Un modo per “arruolare” queste donne, come si dice in gergo, riuscire in una reale presa in carico, individuare le situazioni di indigenza o di eventuale violenza ai loro danni e dei loro bambini.

Proprio il rapporto con le scuole è quello che stante i numeri in dotazione ai consultori procede con più fatica. “Noi nelle scuole non riusciamo ad andare – ammette Auriemma a malincuore – però ci facciamo raggiungere dai ragazzi e dalle ragazze in orari dedicati, c’è un punto giovani per ogni distretto, con la co-presenza di uno psicologo, di un assistente sociale e di uno specialista.

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